viviam di dentro a cert’armadi
siam tipo scheletri
di meretrici
saltiamo fuori ghignanti
dalle vostre lavatrici
con su le maschere al pomodoro
rosso sangue
giochiamo col traforo
penzolante
e no’ portiamo mai mutande
nelle notti ch’è troppo chiara
la luce di luna + città
ce ne stiamo rintanati
nei tiretti sott’ai letti
oppur’ in strascichi di cuori
di donne buttate molli e aperte
su divani in pelle umana
siam l’agonia
dell’asfissia
siamo mostri sotto soli
all’ozono, in vacanza
pisciam nei pressi
della torrida incuranza
siam bastràdi
scriviam con mastici
malciki e classici
con le tarme di fra le mani
(e le usiamo tutte quante tre
una per la penna
una per la sega
una per la condanna
all’ergastolo immobiliare
e pratico
sul limitar dello strutturalismo romantico
sull’imitar una vecchia zia
zitella che spadella
sputacchia
spazza via
sposa infine la sua propria frenesia)
siam fumanti di tabacco e cenere
inseguiti lividi
su macinini
da tutta la poesia lasciata scappare celere
dietro le spalle
dileguantesi
stile rifatte ninfette in bikini
oh, dio, o chi per te, o chiunque tu sia, o qualunque cosa sia, se esisti, o no, se ci sei presente, o anche meno, se sì, se no, in ogni fottuto caso, tu, liberaci dal male, dai. anzi, no, fatti i fatti tuoi, sia che esisti, sia che no, sia che via-di-mezzo, sia che sfumature-di-grigio, in ogni caso, stanne fuori, che dal male o anche solo da un doposbronza, una resaca, ci liberiam da soli, come abbiam imparato ‘ fare, di tra ‘ nazisti e fasci, sessantanni fa, ma spesso ci dimentichiamo.
e oggi più che mai andate a visitar’ il fratello e malciko e toscano e bevente e nomàto strelnik.
ho parlato di musica qualche post ago, ora vorrei parlare di scrittura.
la letteratura è morta, ho detto.
allora, che si scrive a fare? mi verrebbe da chiedermi, rampòllo.
dato che scrivere, si scrive. a frotte. a frattaglie. a frammazzappagnotta.
si scrive anche se non si può più essere originali (vi ricordo che, difatti, ha già scritto tutto un certo shakespeare).
ve lo dico io perchè si continua a sprecar tempo dietro ’sta roba della scrittura: si scrive per dimostrar chè si può esser sinceri (ma anche e soprattutto perchè ci son cose, porcaputtana, che devon esser ribadite e dette e ridette nel tempo. porcammerda, ci son cose che bisogna che qualcuno ce le ricordi continuamente).
Continue Reading »
il nostro paese è paralizzato.
già era senza spina dorsale.
ora siamo allo smarrimento sbigottito, ma inerte, davanti alla presa per il culo di stato, democrazia, istituzioni, rituali, regole, leggi, da parte del cittadino silvio berlusconi di arcore.
e noi a star zitti, a non scender in piazza, a non tirar monetine, anche solo simboliche, a non sfasciare gli stadi (ah, no, quello lo facciamo).
e dove cazzo è finito il presidente della repubblica?
dov’è l’opposizione?
stanno a guarda’ se scoreggia il brand old pope?
paese di molluschi.
a te azzeccata
quella giusta
(quella aggiudicata)
dopo tanto trafelare
dopo tutt’il trapelare
di voci schianti bugie inganni
foto segnaletiche
di barbagianni
così mi guardi salmistrata
dici torbida e sparita
che la poesia è un grande abbaglio
scambiar la luna per un portabagaglio
o un limone per la luna
doverlo spremere, ancora portasse fortuna
poi la fortuna è trovar l’amico
scolorito stanco un po’ appassito
e non restar insetto inetto
scriver appena qualche parola
(raschiata a forza di dal fondo della gola)
adatta per turare un buco
le metto una in fila all’altra
(e lo saluto)
non ti ho dimenticata tutta
solo un attimo, di plastica
(lo so, non si ricicla)
e cambio ritmo
strazio e intenzione
chè son trattenuto da certe checche
pioggerelle acide
lava-via-zecche
una buona antologia della letteratura recente dovrebbe avere come sottotitolo uno strepitoso cheppalle. ma non c’è da stupirsi. è ovvio che sia così: la letteratura, è morta.
e la poesia è morta.
il rock è morto, la musica è morta.
la pittura, la scultura, l’architettura, sono morte.
il cinema è morto.
grunge is dead.
in una parola, l’arte, è morta.
siamo al capolinea. e calpestiamo cadaveri. Continue Reading »
c’è un signore che legge un libro, sulla cinquantina, il signore, certo, mica il libro, il libro non lo vedo bene, il signore legge seduto su uno sgabello sotto i portici, con davanti un banchetto, una specie di tavolino alto, su cui sono sparsi dei tarocchi consumati, con appeso un cartello, davanti al banchetto, un cartello che dice “lettura delle carte – provata esperienza”, e con altri due cartelli, appesi, questi però appesi ai lati del banchetto, tavolino alto, che sperticano, in vivace pennarello rosso, letterale, “non si fanno letture a carabinieri o poliziotti”.
ah, il libro poi l’ho sbirciato: era il trattato sulla tolleranza, di voltaire.