di per la città umana
distante una panchina da me
il di solito barbone
e davanti a noi famigliole
turistiche
ben vestite
signore anziane
coetanee del di barbone
guardati a vista tutti quanti
dal sommo filosofo fortissimo propugnatore
del primato e dell’indipendenza d’Italia
Vincenzo Gioberti
(perlappunto)
con la mano destra dentro il
di panciotto
pietrificato appoggiat’a un qualche
libro
di
mi guarda
(il barba lunga scarpe appezzi)
anche se l’ebrezza riduce il campo visivo
(ma la brezza allarga ‘l suo esser vivo)
cercando brani o stranezze di sigarette
accenni di robe ancora da sfumacchiare
le sue quattro borse nere bianche zozze
ad ammobiliare la suite a ciel’aperto
sotto il sole meridiano
e parallelo a’ tre ‘ngeneri giacc’e cravattone
che passan gesticolando matematiche applicate
(ai bottoni delle camicie)
si alza
(il capelli da buttare da tagliare da bruciare)
entra nel locale da riccastri
tutto arredato storico
e ci veniva cavour e tutto
ma non lo seguo
(che mic’ho voglia di gelato)
magari ci tira su un bestemmione
senza sbraitare
magari ha fatto la guerra con quel cliente canuto e bianco
e gli dice
commilitone, che bello fare il militare!
ma è quando è in my ears weak and powerless
(a perfet circle)
che se n’esce da lì
con un pacchetto quasi nuovo
si siede a due panchine da me
e fa di fumare
un accrocchio d’accenno di dignitosa commovente
sigarett’al risparmio
nel mio stomaco
il di solito crampo
me lo tengo
(no solidarietà
solo tentativo kunderiano
a di perder peso)
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