‘ stare al passo con i tempi?
come si fa?
(pensate al bentivoglio di turnè)
come si fa?
di star sempre sul pezzo
veloce
come dicono ‘ è veloce questo mondo
io sono lento
(e si fottano celentano e tutto l’accrocchio d’autori di dietro
tutti quanti)
come novità vi dico che la mia poetica prossima ventura sarà d’in avanti tutta tesa tirata a scrivere sotto l’influsso della musica reggae
come novità
della musica reggae
ùhiè
come novità vi dico che la prosa l’abbandono
quasi per il tutto, meno che in certi saggi ch’ho in mente, e per ora restan lì, saggi che ho in ne la mente, per ora, in mente, restano, lì.
i saggi.
poi vi dico che mi si scrivono di cose molto grandi e poco famose, di bombe al fosforo, di shampi antiforfora, di crampi allo stomaco, mi si scrivono di turbe psichiche, di figli da nascere, di risi da cogliere, di monologhi da scrivere, di piattaforme da testare, di viagra d’inghiottire, di birre d’assaggiare, di layout da rifinire, di femmine da deflorare, di cazzi da circondare, teste di cazzo da bastonare, pelate.
ma come si fa?
‘ stare dietro tutto questo. punto d’interrogativo. d’in’. ‘terrogativo.
poi vi dico che sento una voce, una voce che mi dice: come, come si fa? la voce preme, è la voce nella mia testa, a destra dei saggi, a sinistra all’angolo, girato l’angolo, proprio dietro l’angolo, del corpo calloso.
come si fa?
ve lo dico.
per l’intanto io faccio che viaggio in bicicletta. pedalo. freddo, caldo, pedalo. sudo, sudo parecchio. ma pedalo.
faccio che mi lavo i denti senza dentifricio.
faccio che ho perso il telecomando della tv e lo cerco no. staccato la presa, tagliato l’antenna.
faccio che suono e parlo al vicino. quel terrone meridionale.
faccio che parto, prendo il vecchio buk poeta e lo leggo per la strada, ciucco, forte, a voce alta, lo leggo di tra me e il mio vecchio senzatetto, quel’ che scrive suppliche meravigliose e sgrammàtiche sui cartoni, che puzza, puzza, come puzzano le parole del vecchio buk, vino marcio, vomito rappreso.
faccio che parto e vado a trovare certi amici miei filosofi che mi spiegano fuori dal sistema, vittorio giacopini.
faccio che ascolto la musica, amo la muliera mia, pedalo, non compro, non consumo, non sporco tanto, non sporco poi tanto.
faccio che la mollo lì con tutte le superstizioni (dio, patria, religioni, ideologie e marketing)
oggi avevo il mal di testa e non ho preso medicine. il mal di testa me lo tengo. me lo merito. solo che così avevo tanti bei pensieri da fare che dirvi, ma il reggae è finito e non ho la manovella, vorrei una manovella per ricaricare la batteria per l’aggeggio della musica, ma non ce l’ho. datemi una manovella, per le batterie, io l’olio del gomito, ce lo metto per caricare le batterie dell’aggeggio della musica.
poi vi dico che faccio che la smetto con la colpa agli altri, me la prendo la colpa, mia, ogni volta che apro un rubinetto e penso che sto rubando a qualcun altro nel mondo, mi vergogno, chiudo subito.
non mi lavo. ma non sono molto sporco. poi tanto.
arsenizzo.
provo d’arsenizzare, tipo mr jones.
ero giù per new amsterdam
fiss’a guardare questa giallicapelli ragazza
e signor jones prese su a conversare con quel nericapelli di flamenco
ballerino
lei ballava mentre suo padre suonava la chitarra
lei di colpo fu bellissima
noi tutti si vuol qualcosa bellissima
(mi pres’un colpo)
io vorrei tu fossi bellissima
cosa
dai vieni e balla in questo silenzio giù per il mattino
dai maria, mostrami che balli balli spagnoli
ma passami la bottiglia signor jones
credi in me
aiutami ‘ credere in tutte le cose
voglio esser qualcuno che crede
dai signor jones raccontiamo favolette
a queste belle donne che ci fissano,
quella ti guarda, no guarda me
ma mi vien poi male, malino, non malissimo, mi vien come mi viene, mica son qui ‘ intrattenere, mica son qui ‘ farmi pagare.
finisce che faccio che non compro i libri di carta. li compro più, no.
ma studio la matematica. molta più insalata di matematica. molta molta più. magari poi respiro dell’aria cosmica.
finisce che scrivo più del solito. che guardo le cose. guardo le cose. le guardo per bene, per bene, per la maledetta sete nera! guardo da cim’ a fondo.
finisce che cerco i miei compagni fratelli malciki, strisciando sott’al divano, l’invoco nel litro di bardolino sfumato, nel colore viola dei bicchieri crepati di crepacuore, per la mancanza, di loro, amici nel centro dei muscoli miei ‘nvolontari.
faccio che guardo questo bieco trasverso tramonto,
con le tette sue grosse
gonfie orgogliose e matte
di tra le mani,
e v’ìncito alle sommosse
ecco, come si fa.