rivòltati
e comincia a stendere
un arco di ricordi
così che di poi nei sogni
io possa di vederti
formosa e fertile
granosa e pratìle
amica
e poca
lasciami riempire il tempo principe
di una offerta
lampo
obliqua e mascolina
nel tentativo blando
di non morir di vanillina
che io bevo, e di parecchio,
e bere m’ha fatto star di ‘ male,
da uscir fuori di cotenna,
nella mia bronca vita,
ma mai come la brama di una donna.
e queste femmine,
belle da restar secchi perlopiù
stregati,
lavoratori dipendenti da quegli occhi,
poi fanno che ti mancano
perlopiù,
e signori miei,
amici nella gastrite, nella colite spastica e nel fegato grosso,
ti stràziano
le mucose
quelle femmine lucertolose, e spesso
son peggio di una resaca universale,
un cosmico doposbronza,
(che grande come saturno ci vorrebbe,
l’osceno mattutino bloody mary episcopale)
son femmine, signori,
ch’è come viaggiar
con uno spargisale alla cipolla,
puntato sulla fronte.
allora resta no che prenderle di spalla
e colmarle di bugie
dire che si dorme tutta notte come un bebè passato sul gas
che si riescie di guardare il caffellatte senza vedercele comparire
di tra le bolle burrose
che tutte le volte che ti passano di davanti,
di didietro,
di di fianco,
di treqquarti.
le si vuol baciare a magnete no.
che mai no poi
le si vuol stringere, mai
(per finire,
giratevi una sigaretta graziosa,
signori miei, se m’avete ’scoltato,
fratelli nel cencioso cuore andato)
che poi, le donne di torino,
son come torino,
topa stretta, squadrata, tutta spigoli, tutta angoli,
gira alla prossima traversa, palo, della luce, lampione in ferro battuto,
fanno quadrato,
gira gira,
son donne in mutande
del giorno d’oggi,
bambine, adolescenti, giovani, madri, signore, madamine,
che si siedon sulle panchine di piazza carl’alberto
donne che, per loro,
sedersi è mostrar mutande
fiocchetti gialli rossi rosa
su per la cima del fesso culo
e io che penso
poveri adolescenti maschietti del giorno d’oggi, smutandanti pure loro,
che gusto ci avranno più
‘ immaginarle spogliate?
poi penso che passo il tempo
invècchio in torino
ho le rughe come certe strade di borgo dora il mattino
polveroso tipo san salvario
faccio rime semplici, son sedentario,
ma voglio sempre le stesse studentesse di palazzo campana
con le gonne corte a marzo
le calze a strisce
orizzontali
ma le voglio tutte,
anche senza calze,
una per una
e la coppietta di giovinastri che limona nella panchina affianco
non sa
che questi loro baci di un quarto d’ora andranno scemando
come durata,
e ogni bacio che si danno è un danno per il prossimo bacio che sarà più corto
come infatti fanno i due in età di università
nella panca poco più di là
che si baciano per un massimo di quindici secondi a volta,
e gli direi
una volta s’era come voi,
una volta torino era come noi,
nera di grasso fumo e cattiva
(poco olimpica, molto sportiva)
scrivo per guardarti
scrivo per notarti
e ti noto
e t’annoto
ti denoto
con un pennarello spesso
ti sottolineo
sei la frase più importante
che c’è
adesso
qui
nei notturni miei discorsi
tenuti a secco di baci
cocciuti e trascorsi
(così)