la domenìca màttina è una coltre di coperte psicologiche e distratte
quando la musica è buona e le leggi dell’assurdo ti siedono accanto, e tu le vedi e le saluti finalmente, offri loro puranche la colazione. è il momento adatto e scassato per masticar biscotti inventandosi parolònemi nuovi,
con quella boria tipica di chi sta tra l’incudine del sonno e la ghigliottina della vita matrigna.
la domenìca màttina
è un’accusa a tutti gli accenti messi a caso, di tra la pioggia stupida e portatrice di malattie, veneree certo, una manica di preti alla televisione e la voglia quasi mistica di pornografia spicciola, bukkake interrotte, capezzoli agganciati a tiranti di nylon, cerette all’inguine praticate con guanti in lattice su modelle anoressiche ìmplumi.
gli snow patrol pestano sulla batteria schitarrando in cinque o sei (o dieci o venti), statici e proteiformi, It’s Beginning To Get To Me, e tutto quello che la domenìca è, è un’amica, la sua nostalgia bianca lenzuolo, la mancanza, di quel colore di mezzo che c’è tipo dentro certe pellicole come “the science of sleep“.
vorresti prender su e chiamare kierkegaard al telefono (oh, søren! ehi, buddy!), invitarlo in casa ad assaggiare i grissini nel caffellatte, pucciandoli anche un poco nel cioccolato fuso. poi, nel guardarlo giù dentro gli occhi, scoprire in un colpo sordo e giallo la secchezza delle lacrime, il gusto amarognolo dei baci che ti son scaduti nelle tasche, la grandiosa imbattibile libertà dell’esser un senzaddio.
riordinare i pensieri è un’attività arancione, e sghemba, certo. una pratica utile come la bicicletta per un pesce, la domenìca màttina. pedali ma la catena è incastrata in un accumulo fisicamente insostenibile di ciglia sulla cornea, dolore esterno coscia diventato fisso e forte, esaurire tutto quel che c’è di hugh laurie su youtube, occupare un bagno manco fosse l’iraq, avere una missione.
agli amici perduti nella schiuma solitaria e belluina di un mare qualunque, probabilmente newyorkese, consiglio gioia a più non posso, di mezzo a involontarie volute di fumo. e un calice di vino, rosso rubino, tagliando a fette geometricamente uguali una bistecca di vanità del tutto
(c’è no
quel che cerchiamo, e soprattutto non è in nessuno sgabuzzino polveroso o in una foto che ti ritrae bambino e rancoroso)
se poi d’improvviso ci si mette di mezzo pur il sole,
io
faccio che, di oggi,
rileggo tutto camus:
E’ la lotta che basta abbastanza ‘ riempire il cuore dell’uomo. Sisifo ce lo dobbiamo ‘mmaginare ben felice.
(la traduzione è mia)