monetine

(per la serie )

raccoglie le monetine dapperterra
e non riesce più a sorridere ai passanti,
 la ragazza con abiti tre misure oltre la sua
  e scarpe rotte,
mendicando con un bicchierone di carta
piange
  chiede sigarette

il vagabondo con cui va in giro
 le ha appena mollato un ceffone,
le ha fatto cadere il bicchierone
con le monetine,
e se n’è andato incazzato

anche il cane ‘ccanto a lei e allo zaino verde
 si fa più lungo e implorante

le lacrime sulla faccia le lavano via
 strisce di polvere sporca

faccio che mi siedo,
visto che un momento fa
ho dovuto rincorrere un ragazzino sui tredici
 con i suoi fratellini di sette e nove,
 che m’han sfilato il portafoglio dal taschino
 della mia camicia logora
e l’ho inseguito
e l’ho beccato
e l’ho scosso dandogli del bastardo,
piccolo bastardo,
 finché non l’ha fatto cadere, il mio portafoglio,
e s’è dileguato disparito
con la disinvoltura d’un artista consumato.

così lui aveva tredicianni forse
ma il piccolo ero io che son grosso il doppio,
 il piccolo ero io,
con il deficit del portafoglio e la paura e tutto

così adesso guardo i due vagabondi mendicare,
e scrivo di loro finché non mi passa il batticuore
 e l’odio per come siam fatti
noi umani

mi metto piuttosto a contare
 i culi molli dei ricchi
che passan di qua,
per la piazza più centrale di torino,
culi coperti da tessuti zeppi di zeri,
dalle mutande a venir in fuori,
pelle levigata, idratata, bronzea,
ma sotto, culo molle, del ricco.
a cui va tutto il mio disprezzo, naturalmente.

ritorna, il compagno della ragazza,
e si mette a mendicare pure lui,
 senza guardarla negli occhi.
avranno sì e no vent’anni,
più no che sì,
hanno un cane e uno zaino verde.
hanno ceffoni e piercing
hanno bicchieroni di carta di monetine
hanno capelli zozzi e duri
 come le lacrime

compro un paio di birre e gliele lascio,
ché stan di nuovo litigando.

per me,
un bel negroni al caffè roberto

il telefono senza fili che mi porto appresso,
credo sia un bene,
ha smesso di funzionare,

conto le donne con i tacchi verso quelle no.
conto le tette strizzate nei reggiseni tecnologici
 verso quelle no.
per adesso vincono quelle no.
mi va di schifo stasera.
’ toccherà prender un altro negroni
 e dileguarmi prima di pagare il conto,
mi toccherà.

scende il buio della sera
e i lampioni non fanno altro che accendersi.
ho più niente da bere,

prendo un mezzo pubblico
solitario e
a casa avrò poca voglia di fare alcunché.

in stallo alla fermata
c’è un ragazzo gay che cammina affianco alla vettura
e mentre decido che il negroni del caffè roberto
 è no peggio della traduzione guanda de
 “l’amore è un cane che viene dall’inferno”
 m’incanto all’unto finestrino, piove,
  do la colpa al governo
ed ho pure sbagliato tram

messo giù da arsenio bravuomo il 29 aprile 2008 in piccoli racconti bastardi, ripostiglio e se propio hai da dire fallo da friendfeed
“dei quindici minuti di warhol, ne voglio zero alcuno, io.”
maximilien roccam de pasteur, parolàme

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