monopāttino
i pedali della notte si muovono ininterrottamente (un qualche surrealista che non so)
avete mai provato
a gironzolare all’alba in monopattino?
sentire quel caldo buono che sa di sonno
ma anche di risveglio,
quel po’ di vento, liquoroso,
con cui giocarci gli occhi arrossati,
l’avete provata
un’emozione cosė?
(io no,
ma dev’essere magnifica)
sono anni che prendo per il culo
il traffico urbano metropolitano
sul monopattino
sfidando la morte e il generale inverno
che ti strappa lacrime ghiacciate dal volto,
davvero pronto a farmi esplodere muscoli e polmoni
per affrontare a cornate quei mammut arancioni
degli autubųs,
e ho imparato cose che voi umani manco
ho scoperto che le illusioni sono pressoché
ali di farfalle diuturne,
che le congestioni sono ragni affamati e paturnie
che si puō raggiungere come un distacco dal mondo,
dalle cose, dalle persone,
soprattutto mentre ci si allontana
il bello del monopattino
č che ci puoi poetare sopra
e abbracciare il vento
e sentire la fatica
e sorridere della strada che ancora ti manca
mentre sei solo
con la tua grandezza
e la tua microscopicitā,
atipicitā,
allergia al polline
o che,
sei asfalto e vento
melassa e baraonda
banane e lamponi
musica e lampioni
il monopattino č un osservatorio privilegiato
č un primigenio coacervo
per leggere uno, nessuno e centomila
sbagliare strada e perdersi,
beccarsi la pioggia a catinelle,
scoprire a un tratto desser a 30 km da casa,
tutte e quattro queste cose insieme…
ho imparato a caricarmi il cuore
sul monopattino
e a portarmelo in giro
ho preso il largo, pattinando di bolina
incontro a una certa nuvolaglia all’orizzonte
anche se dovevo sospettarlo
il temporale
uno di quegli acquazzoni con manie di protagonismo,
con la boria di passare alla storia
quel giorno faceva poi un caldo sahariano,
molto caldo per chi č scarso in geografia,
e ricercavo la strada di casa
con quellassurdo terrore di dover fare la doccia,
come savessi intenzione di suicidarmi
intossicato dal mio stesso fetore
ho monopattinato incosciente in tangenziale
nella corsia d’emergenza
e mi importava solo del tramonto,
a babordo,
strambavo e orzavo a pių non posso
per godermi il tramonto, a babordo,
le labbra del sole che si chiudevano dietro l’orizzonte
dei monti,
uno spettacolo da restarci secco.
ho spinto il monopattino
nel buio della sera presto, a occhi chiusi,
con la notte di fuori e anche di dentro,
con le ruote che aggredivano l’asfalto nero lucido
e bagnato
e una nuvola di fango mi seguiva dappresso,
sollevata da tutto il mio rancoroso camminare a ruote
o forse era la cittā che ce laveva con me
per tutti i semafori bruciati rossi
per tutti i giorni ecologici alternati fottuti
ma a me non andava di discutere
nč con il fango nč con la sotto-vita urbana
cosė, ripiegato a spalla il monopattino,
ho accennato un qualche passo di tango
aspettando la metropolitana